Barbari da tastiera

Ci ho messo un po’ a realizzarlo, ma sto proprio bene. Non per l’approssimarsi della fine della quarantena, della fine di una fase democratica un po’, come dire, infeltrita o per non dover più aggiornare le quarantasette variazioni Goldberg dei moduli di auto-certificazione. Sto bene, sì, ma non per la tensione dei miei muscoli che, finalmente possono sciogliersi in una corsa liberatoria o una passeggiata in Appennino. Non perchè forse - ma non si sa ancora se in casa o sotto un ponte autostradale - potremo mangiarci presto una salsiccia grigliata e ruttare un boccale di birra in compagnia dei vecchi amici.

 

Mi sento bene perchè finalmente negli ultimi giorni ho ritrovato i miei compatrioti, sia quelli “illustri” - pessimi giornalisti, opinionisti, politici - che gli sconosciuti barbari da tastiera che con le loro carognate imperversano sui social.

Dopo mesi di retorica sdolcinata dell’andrà tutto bene, dell’uniti ce la faremo e dello stringiamci a coorte, come in guerra (ah, la retorica della guerra come piace agli italioti dell’armiamoci e partite...). Dopo mesi di finta solidarietà – salvo poi denunciare la vicina che passeggia col bimbo fuori dal cancello di casa o il dirimpettaio che mangia coi suoi figli non conviventi. Dopo mesi di retorica sull’eroismo forzato dei sanitari, costretti a essere eroi da un sistema sanitario devastato da decenni di tagli e malversazioni. Dopo mesi di virologi vanitosi come drag queens in lite televisiva tra loro. Dopo mesi di cuoricini, concertini virtuali, poesiuole online, chattatine in cui non si sa che minchia dire. Dopo infiniti comunicati, appelli alla responsabilità, conferenze stampa quotidiane e mascherate su dati e statistiche incomplete e caotiche.

Insomma, dopo mesi di un’epica che nemmeno Omero avrebbe avuto il coraggio di raccontare, ecco finalmente tornare le voci che ricordavo: forti, determinate, coraggiose, quelle voci alte delle magnifiche sorti e progressive. Voci che arrivano dai giornali, dai social, dai messaggini. E’ bastato infatti il rientro di Silvia Romano dalla sua lunga, atroce prigionia per ridare fiato a quel meraviglioso polmone d'odio, rabbia, cattiveria, razzismo, sessismo, ignoranza, superficialità, disprezzo, qualunquismo, pochezza intellettuale e morale che permeano così tanta parte dell’italico popolo.

Per un poco, ma poco poco eh, avevo temuto che i miei connazionali fossero diventati davvero un po’ più solidali, comprensivi e disponibili nei confronti del prossimo. Che questo formidabile schiaffone biologico alle certezze diffuse d’immortalità, avesse acceso qualche interruttore nascosto d’intelligenza ed empatia collettiva.

Fortunatamente non è andata così: d’altronde ere geologiche d’indole vile coi forti e gradassa coi deboli non si cancellano in due mesi. E allora si può serenamente, pacatamente tornare ad ascoltare i massacri orali e scritti verso chi s’impegna nel volontariato, personalmente o nelle ONG, ad ascoltare teorie di profitti sporchi e nascosti secondo i più "evoluti", o semplici offese da stadio da parte di quelli con cui madre natura è stata matrigna quanto a intelletto – cioè la stragrande maggioranza. Finalmente è tornata quella potente ventata d’aria fetida che così bene conoscevo e che di solito era rivolta verso i migranti, i clandestini, i diseredati in genere e quelli che li assistono.

 

Perchè sto bene ? Perchè  il rischio era quello di rimanere disorientati, di non capire più qual’è il centro di gravità permanente che muove un’amplissima categoria di persone, senza distinzione di età o sesso - talvolta anche le più insospettabili. Persone che mettono i cuoricini anti-Covid sul loro bel profilino Facebook ma vorrebbero che Silvia Romano fosse rimasta in trappola in Somalia, o peggio, perchè se l’è andata a cercare e ha fatto sprecare soldi. Persone che protestano per le chiese chiuse e il diritto alla preghiera ma vorrebbero demolire le moschee. Cose così. Fortunatamente esistono anche punti fermi a orientare la tua bussola, fari che in questi mesi sono rimasti solidamente fedeli a loro stessi. Come il fiero disOnorevole Pagano, solo per citare il più recente, che ha definito in un suo intervento alla camera Silvia Romano “neo-terrorista”, per la sua conversione all’Islam durante la prigionia.

 

Sono questi i fatti che mi fanno stare bene. Perchè rimettono le cose al loro posto dopo mesi d’inutili balle su solidarietà, fratellanza, compassione, empatia. E, sopra a tutto, mi consentono di mettere un definitivo, immodificabile, incrollabile confine tra me e una parte d’italiani che non sentirò mai e poi mai non solo come connazionali ma nemmeno come co-umani.

Non ho mai amato i confini, se non per la possibilità che danno di superarli. Ma in questo caso è un confine necessario per sentirsi migliori, anche a rischio di peccare di superbia. Perchè a volte sentirsi migliori non è un diritto, ma un dovere.

© 2018 by Manuel Lugli